Ho letto il libro Le stanze di Mogador di Gian Luca Favetto. Edizioni Ambiente, collana Verde Nero, già segnalata in questo luogo almeno un paio di volte.
Per chi lo avesse dimenticato la collana Verde Nero raccoglie noir di ecomafia. Ora, quando compri un libro che dichiara di essere un noir, un noir di mafia e per di più e come se non bastasse di mafia che traffica in disastri ambientali, ti immagini di aver a che fare con: smaltimento di rifiuti tossici, inquinamenti devastanti, disastri per la salute eccetera. Ma anche con: mammasantissma inquietanti, colletti bianchi spietati, malavitosi mezza tacca con la pistola veloce, magistrati e poliziotti sfigati senza benzina che combattono una battaglia impari. E poi, ti immagini ancora: testimoni scomodi infilati nel cemento, stupri contro le femmine della banda rivale, corruzione di amministratori, raffiche di mitra contro i giudici. Tutte cose del genere, non so se mi spiego. Quando compri un noir di ecomafia ti immagini tutto questo. Giusto?
Nelle trecentoventisei pagine di Le stanze di Mogador non c’è una sparatoria, un pubblico ufficiale corrotto, un poliziotto, un magistrato, un omicidio. Niente. L’ombra di un reato sembra affiorare attorno a pagina centottanta.
Babic Damir, è bosniaco, è nato a Sarajevo, a quindici anni ha incontrato la guerra. Ha perso la madre. Se ne è venuto via e ora fa il fotografo. Viene spedito in Sicilia per un servizio su certe sculture di pietra, è accompagnato da una fascinosa giovanotta con una cicatrice sullo zigomo. Nell’isola trova ospitalità all’hotel Mogador dove alberga una singolare fauna assai assortita: un capitano di mare che ormai vive in terra ferma, uno zoppo rabbioso che ha troppe migrazioni alle spalle, un proprietario spagnolo avido, lamentoso e chiacchierone, la sua gradevole moglie, una cameriera somala dagli occhi di fuoco eccetera. Seguendo il capitano, il fotografo inciampa in quello che gli appare un traffico assai illecito. E comincia a porsi alcune domande. Scomode per molti.
Non è un libro di azione. O meglio quel poco di azione che c’è prende forma quasi a fatica attraverso lo svolgersi di fatti apparentemente minuti, ordinari. Fatti perennemente affogati nell’inesauribile fluire di pensieri. Sulla vita, sull’amore, sull’arte, sul sesso, sulla globalizzazione, sul viaggio, sulla guerra . Sul senso di tutto ciò. Pensieri. Affidati al narratore o infilati in qualche dialogo.
L’ho detto: in trecentoventi pagine neanche una goccia di sangue. In cambio filosofia come se piovesse. Scelgo a caso: “Un luogo è sempre un tempo plurale raggrumato” (162). Curiose le riflessioni attorno al mestiere di fotografo: “Un osservatore non è un fotografo, un osservatore è uno che usa la macchina. Il fotografo, invece, è un pensiero che scatta, un’illuminazione che agisce e poi sparisce. Agisce e sparisce, agisce e sparisce” (172). E ancora: “E’ sempre un giudizio, la fotografia. Mai una morale, però. Non è un moralismo, è un’etica. E non è sempre quella di chi scatta, è un’etica della foto in sé, capisci?” (184).
Non è il genere di romanzo che apprezzo di più. Però lo ho consumato di buon appetito. E questo è un complimento. Va gustato con pazienza assaporando i pensieri distribuiti con generosità.