Storie locali d’un tempo che fu.

In un tempo lontano, quando ero garzone di bottega in Soprintendenza da Mastro Scarazzini, una delle incombenze per certi versi più gradite era quella di andarsene per monti e valli a vigilar archivi vigilati. In ispecie quelli dei comuni. Credo che anche oggi funzioni così. Il lavoro in Soprintendenza intendo.

In quei tempi pretecnologici, prima di partire, si aveva l’abitudine di consultare, se c’erano, le monografie di storia locale. Oggi basterebbe un’occhiata alle pagine “storia” del sito del comune o a Wikipedia.

Queste operine di studiosi autoctoni, talora assai utili e ben congegnate, presentavano un “formato” piuttosto ripetitivo: generalmente prendevano avvio, dopo la “presentazione” firmata dal sindaco, con il capitolo sull’origine del nome, quello successivo era dedicato agli insediamenti preistorici, si passava poi all’età romana, a quella tardo antica e così via sino ai primi decenni del Novecento. Le narrazioni più sostanziose e originali erano quelle che potevano nutrirsi degli argomenti ricavati dalle due principali fonti: l’archivio del comune e quello della parrocchia. Ne veniva fuori l’immagine di villaggi rurali ad economia agricola e assetti sociali nei secoli invariati.

Sullo sfondo delle domestiche vicende incedeva maestosa la grande storia: dai fasti romani si scivolava nello scuro medio evo per riemergere nella luce del Rinascimento. Solo per poco però perché a spegnerla quella luce ci pensavano le varie dominazioni straniere, soprattutto quella degli odiati spagnoli. Indolenti, voraci, corrotti. In loro compagnia si restava al buio per un paio di secoli e poi, tra sovrani illuminati, rivoluzionari, riformatori, patrioti  e tutto il resto, finalmente si rivedeva un pò di chiaro. 

La grande storia dei sovrani e dei loro stati, avanzava tra battaglie e matrimoni, mentre quella piccola del villaggio restava ai margini contentandosi di stare a guardare. Ogni tanto, magari, le toccava pure una particina da comparsa se nelle vicinanze si era combattuta la famosa battaglia o se il principe regnante si era fermato al castello per dormire o se il rampollo di qualche casato locale conquistava glorie e onori. Il quadro generale e quello particolare si saldavano solo in coincidenza di grandi fenomeni economici e sociali: migrazioni, pesitilenze, carestie, avvio dell’industrializzazione.

La chiave di lettura di questa produzione storiografica d’antan era la continuità lenta, lunga, rassicurante attraverso i secoli. Di cui il campanile era l’emblema.

Non so se la storiografia locale dei giorni nostri assomigli ancora a questa immagine, un po’ caricaturale, che è certamente datata. Ho l’impressione che molte cose siano cambiate. In meglio, direi. Mi pare che sul piano della ricerca si evidenzino professionalità più attrezzate, che si sia perso un certo carattere erudito farcito di lessico da accademia, che si ricorra alla narrazione orale delle generazioni al tramonto e, infine, che ci sia più attenzione agli aspetti della divulgazione. Insomma, per quel poco che conosco, ma è veramente poco, mi sembra che queste monografie non solo siano più attendibili ma che generalmemte si leggano più volentieri.

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