La foto e il racconto.

foto e racconti, il primo esperimento

foto e racconti, il primo esperimento

Questa è la terza puntata. Prima ho presentato una foto, poi ne ho tratto un racconto, ora cerco di illustrare il percorso e le ragioni. Il primo esperimento di racconti abbinati a fotografie lo abbiamo realizzato nel 2007 con una pubblicazione, 1966 Ballo di carnevale a Mortara, nella quale era riproposto un servizio fotografico di Toni Nicolini accompagnato da una decina di racconti brevi che prendevano le mosse dalle immagini e le reinterpretavano.
Qui, sul sito di Fondazione Mondadori, qualche notizia in più: http://www.fondazionemondadori.it/cms/culturaeditoriale/283/1966-ballo-di-carnevale-a-mortara

Accostare un testo narrativo a una fotografia o a un servizio fotografico non è esattamente la stessa cosa che restituire con gli strumenti della narrazione vicende attestate, ad esempio, da un fascicolo d’archivio. I meccanismi sono diversi, almeno in parte.

Affermo alcune banalità: mentre il fascicolo, eventualmente integrato da altri riscontri documentari, può consegnarci una vicenda nella sua interezza, o almeno nel suo svolgersi anche parziale, la fotografia “di documentazione” ferma l’istante. Lo stesso servizio fotografico, come sequenza di immagini su un tema o su un evento, spesso appare più come una somma di istanti che non come un percorso.

L’immagine fotografica ha una apparenza di verità molto forte ma, come ben sanno gli storici, il rischio della manipolazione è altissimo. Le fonti, le fonti in generale dico, hanno una certa propensione alla menzogna, alla rappresentazione parziale, ideologica, precostituita. Le fotografie “di documentazione” non sfuggono a questa regola. Anzi, per certi versi, la moltiplicano poiché, a differenza delle carte d’archivio, sono spesso pensate con un intento di comunicazione pubblica. Sono arcinoti i casi di immagini ritoccate o appositamente studiate e predisposte “a tavolino” per veicolare determinati contenuti. Il tema, per altro, è ampiamente affrontato in sede storiografica e non è qui il caso di tentare sintesi improbabili.
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Nella lettura dell’immagine scattata da Odoardo Fontanella – le contadine che ascoltano il funzionario politico – e nel successivo racconto ho formulato alcune ipotesi: che la anziana fosse la madre, che la ragazza con gli stivali vestisse il ruolo della figlia un po’ ribelle, che l’altra invece rappresentasse la sorella più timida ecc. Una serie di ipotesi che vengono suggerite dagli sguardi, dalle pose, dai tratti somatici, dall’abbigliamento. Quindi ipotesi fragili. La donna anziana poteva essere una perfetta estranea per le altre. Le quali, a loro volta, potevano benissimo non aver nessun legame di parentela tra di loro. Una ricerca più accurata, non solo nell’Archivio Fontanella, avrebbe potuto forse mettere in luce ulteriori elementi relativi al contesto di produzione di questo documento fotografico e far luce almeno su due personaggi: il fotografo e l’oratore. Una lettura induttiva dunque, basata su ipotesi fragili e non supportata da ricerche adeguate.

Detto questo però, ritengo che quella immagine ci consegni con grande efficacia un preciso momento storico. Ne è, in qualche modo, l’emblema. E’ stata scattata, come detto, attorno alla metà degli anni Cinquanta (ma potrebbe essere anche di qualche anno più tardi): siamo in piena guerra fredda, il Partito Comunista Italiano è all’opposizione dal 1947, nelle piazze le manifestazioni popolari vengono fronteggiate con durezza dalla Celere. Il Governo sospetta che i comunisti siano in grado di mettere in atto l’insurrezione. Il Partito dispiega tutte le sue energie organizzative nella propaganda – quotidiana, capillare, estesa – nei confronti delle masse lavoratrici: operai e contadini, in primis. Una azione di proselitismo che, come è noto, avrà successo nei confronti delle giovani generazioni. Quelle che, nel luglio Sessanta, daranno il benservito al governo Tambroni pagando un alto tributo di sangue.

Nella foto dunque l’elemento centrale è il militante politico che parla alle donne. E’ il suo stesso atteggiamento che ci parla di un’epoca. Ecco credo che il racconto riesca a restituire questo clima, questo pezzo di storia italiana. O almeno, questa era la mia intenzione.
Poi nella stesura un po’ affrettata ho fatto alcune scelte, anche di natura stilistica, che possono essere non soddisfacenti. O addirittura infelici.

Il narratore è la ragazza con gli stivali e il fazzoletto. Potevo immaginare un classico narratore onnisciente. O affidarmi ad un altro personaggio: il fotografo, perché no. O a una pluralità di voci.

Poi: i cinque sesti del racconto sono privi di punteggiatura: ho voluto rendere l’idea di una chiacchiera ininterrotta, un po’ fluviale che mi pareva in sintonia col personaggio narrante. E ancora: nell’eloquio incontrollato ho omesso espressioni dialettali che forse non avrebbero stonato. E per finire: quasi tremila battute, forse un po’ troppe, asciugando qui e là il testo poteva guadagnare di efficacia.

Ma sono questi argomenti che, in fondo, sottolineano solo la mediocrità dell’autore. E non inficiano, spero, l’aspetto di metodo di questa riflessione.

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